QUELLO CHE NON DEVE MAI ACCADERE

16/06/2017

Tutti ci stiamo ancora domandando come sia potuto accadere il macello di Piazza San Carlo a Torino, durante la finale iuventina della Champions. I nostri mezzi di comunicazione ci hanno offerto ampi servizi con particolari allucinanti e inspiegabili.
Troppo spesso le finali sportive, belle, festose e internazionali, anziché trasformarsi in trionfi e in nottate indimenticabili, degne di venire appese alle pareti delle nostre abitazioni a perenne ricordo, precipitano in tragedie apocalittiche.
Tutti ci siamo spaventati e, nonostante davanti alla televisione, ci siamo sentiti spintonare e abbiamo gridato quasi fossimo tra la folla e ci mancasse il respiro. I mass-media hanno fatto il loro mestiere e credo che gli operatori e i giornalisti abbiano rischiato non poco pur di farci capire quanto stava accadendo.
Abbiamo, e anch'io ho spesso contribuito, criticando, servizi così violenti e raccapriccianti, pensando ai nostri bambini seduti sul divano o addirittura spaparanzati sul pavimento. Ma questa volta nessuno poteva esimersi dal vedere un'alluvione di gente, sommersa nella notte.
La fortuna, comunque, ha voluto che in un angolino, piccolo piccolo, accadesse un gesto che in qualche modo ha lenito e quasi equilibrato in positivo quanto, nel resto dell'intera piazza, stava accadendo in negativo.
È proprio vero che la bontà ha poteri miracolosi e arriva quanto meno te l'aspetti e da chi meno te l'aspetteresti. Tutti abbiamo negli occhi e nel cuore Kelvin, il giovane africano che ha coperto con il suo corpo, rischiando la vita, il piccolo Isak, salvandolo.
Mi dispiace sottolineare che l'episodio straordinario porta nomi di stranieri non cristiani. Non so se tra gli italiani presenti siano accaduti fatti altrettanto veri, dolci, umani, teneri.
Purtroppo mentre ci teniamo dentro, e difficilmente dimenticheremo quella diapositiva. Urge trovare i giovanotti bastardi colpevoli di tale assurdo macello.
Qualcuno parla di fatalità e di follia, equiparandola agli episodi delle curve negli stadi. Petardi, fuochi d'artificio, spari vari – si dice – accadono sempre. Qui c'era più gente e quindi più confusione.
Non accetto, anzi vorrei vergognarmi nell'accettare questa banalizzazione. Il tifo, qualunque tipo di tifo sia e in qualunque partita compaia, mai dovrebbe dimenticare i rischi, i pericoli e i limiti dentro i quali va fatto, goduto e prevenuto.
Trasformare una piazza in un carnaio e la curva di qualsiasi stadio in una macelleria non mi pare né civile e nemmeno umano. Torniamo, quanto prima, alla decenza.

Don Antonio Mazzi