Da mesi ormai sentiamo parlare dei Giochi Olimpici invernali Milano Cortina 2026. Tralascio tutte le polemiche su sicurezza, impatto su viabilità e ambiente per parlare dei valori che lo sport rappresenta.
Milano è l’ultima tappa del Viaggio della Fiamma Olimpica, passata di mano in mano tra 10.001 tedofori in tutta Italia. Anche noi di Exodus abbiamo avuto l’onore di essere tra quelli che l’anno ricevuta e portata, anche se per un breve tratto, per simboleggiare la sospensione dei conflitti, collegando l'antica tradizione di pace durante i Giochi alla realtà contemporanea, promuovendo i valori olimpici di fratellanza, pace, inclusione e solidarietà.
L’Olimpiade non è cemento e medaglie
Il 15 gennaio, nella 39° tappa del viaggio della Fiamma Olimpica che ha attraversato il segmento Varese-Pavia, uno dei tedofori è stata Cristina Mazza – membro del board di Exodus, nonché Presidente e coordinatrice di Educatori Senza Frontiere, "onorata, fiera, orgogliosa" di rappresentare con quel gesto tutti i ragazzi, gli educatori e i volontari che animano i progetti di Exodus in Italia e nel mondo.

Un'emozione tangibile, come raccontato dalla stessa Cristina: “Quando mi è stato chiesto di portare la fiamma olimpica, ho provato gratitudine, emozione e un forte senso di responsabilità. Perché la fiamma non è solo un simbolo dello sport: è una storia che passa di mano in mano, è un messaggio che chiede di essere custodito e rilanciato. Mentre camminavo con la fiamma tra le mani, ho sentito che quel gesto parlava anche di me e del mio percorso associativo. Parlava del cammino come metafora del viaggio umano ed educativo, un’immagine che conosco bene grazie all’esperienza con Exodus e poi a quella di Educatori senza Frontiere, dove la strada non è mai solo uno spostamento, ma uno spazio di trasformazione. Portare la fiamma olimpica significa anche questo: accettare, per un attimo, di essere custodi. Custodi di un messaggio che parla ai giovani, alle comunità, a chi crede che l’educazione – nello sport come nella vita – passi dall’esempio più che dalle parole”.
Per noi di Fondazione Exodus, aver portato la torcia olimpica ha un forte valore simbolico, è come se l’avessimo portata lungo i sentieri delle nostre comunità, è stato come accendere un riflettore su chi, di solito, vive nell’ombra della solitudine e del disagio.
Lo sport e la strada si somigliano. Entrambi non ti regalano niente. Lo sport riflette la vita con le sue fatiche, vittorie e limiti, insegnando a crescere, lavorare in squadra, conoscere sé stessi e gestire le emozioni in modo sano.
Vedere i miei "ragazzi difficili" correre simbolicamente con quel fuoco in mano mi ha fatto tremare il cuore. È la prova che la scelta di rinascere è l'oro più prezioso che un uomo possa vincere.
Concludo dicendo che le Olimpiadi non devono essere solo una sfilata di campioni e grandi opere. Se rimangono solo cemento e medaglie, abbiamo fallito.
Quella luce che ha attraversato le nostre strade è un impegno solenne. Non spegniamola il giorno dopo la cerimonia di chiusura. Usiamola per illuminare le periferie esistenziali, dove la gara più difficile si corre ogni mattina, appena si aprono gli occhi.
Forza ragazzi, la corsa è ancora lunga, ma il traguardo della rinascita è dritto di fronte a voi!
Don Antonio Mazzi – Oggi n.6/2026