Quarantuno anni fa, il 25 marzo 1985, partiva la prima Carovana di Exodus. Un gruppo di ragazzi che la droga aveva ridotto all'osso, qualche giovane educatore che ci credeva, tanta strada davanti. Nessuna mappa. Solo la certezza che stare fermi significava morire.
Quella Carovana era un esodo: la scelta di lasciare una schiavitù per andare verso qualcosa che ancora non si vedeva, ma si sentiva possibile. Era la scommessa che il movimento trasforma. Che camminare insieme fa miracoli che le istituzioni, da sole, non sanno fare.
Quarantuno anni dopo, siamo ancora qui. Con i sandali consumati. E con la stessa domanda aperta davanti a noi: dove stiamo andando?
I nostri adolescenti assomigliano molto a Pinocchio. Non perché siano bugiardi o irresponsabili. Ma perché sono vivi — straordinariamente, scomodamente vivi — in un mondo che troppo spesso preferisce burattini obbedienti a bambini veri. E perché trovano troppo pochi adulti disposti a fare la parte di Geppetto.
Pinocchio diventa bambino vero non quando smette di sbagliare. Diventa bambino vero quando qualcuno sceglie di non mollarlo. Di cercarlo anche nel ventre della balena. Di credere in lui anche quando lui non crede in se stesso. Geppetto non è un eroe. È un vecchio falegname che ama un pezzo di legno più di quanto ami la sua tranquillità. Questo — solo questo — lo rende straordinario.
Il problema dell'adolescenza è l'adulto che si è dimenticato di esserlo
Vogliamo dirla con chiarezza, dopo quarantuno anni: il problema dell'adolescenza non è l'adolescenza. Il problema è l'adulto che si è dimenticato di esserlo.
Il genitore che, quando va bene, preferisce essere amico piuttosto che riferimento. L'insegnante che ha smesso di credere che il proprio lavoro cambi qualcosa. Il decisore che finanzia l'emergenza ma taglia la prevenzione, che parla di giovani nei discorsi e li ignora nei bilanci.
Noi adulti siamo stati chiamati, tutti quanti, a fare i Geppetti della nostra epoca. Non è un compito romantico. È un compito duro, quotidiano, spesso ingrato. Significa reggere la sofferenza di un figlio, di un alunno, di una comunità, senza scappare. Significa rinunciare alla comodità di giudicare per assumersi la fatica di capire.
La proposta: oggi sono gli adulti a dover fare un esodo
Quarantuno anni fa l'esodo lo proponevamo ai ragazzi tossicodipendenti: lascia la droga, vieni a camminare con noi, vedrai che sei più grande di questa schiavitù.
Oggi quella proposta dobbiamo allargarla. Perché la dipendenza ha mille volti nuovi. E perché non sono solo i ragazzi ad averne bisogno.
Siamo noi adulti, per primi, a dover fare un esodo. Dalla cultura dello sguardo breve, che pretende risultati immediati e non sa aspettare i tempi lunghi dell'educazione. Dall'individualismo che ci fa affrontare da soli i problemi dei nostri figli, come se fosse una questione privata invece della questione pubblica più urgente che abbiamo. Dalla delega comoda agli esperti, alle app, ai servizi — come se educare fosse una competenza tecnica e non un atto d'amore.
Franco Taverna – Vicepresidente Fondazione Exodus